Storie Dalla guerra alle nevi del Trentino

Chi non ricorda la guerra fra Hutu e Tutsi? Insanguinò il Ruanda, facendo centinaia di migliaia di morti sul finire del secondo millennio. Del Ruanda parlarono tutti i mass media; meno si parlò del Burundi, ma anche in quello Stato il sangue scorse a fiumi.

I duri anni della guerra in Burundi e la fuga di Sada

Sada nel 1995 fuggì, profuga, in Tanzania, dove rimase per un anno e otto mesi e dove la sua vita subì una svolta decisiva ed inaspettata: conobbe un uomo trentino. Con lui ebbe un figlio e partì per le terre della montagna e del freddo. 

A dirla tutta, Sada sarebbe rimasta volentieri in Tanzania, terra ospitale e tranquilla. In Trentino veniva con il fidanzato a trovare i suoi parenti, poi tornava giù. Ma un giorno (lo racconta ridendo) “sono rimasta incinta, e il mio compagno ha detto: ‘No, un figlio non può nascere qui. Bisogna farlo nascere in Trentino’. E così sono venuta”. 

La guerra però è un peso che ti rimane attaccato per sempre. Sada è riuscita a scappare dalla provincia di Gitega alla capitale grazie ad un italiano che lavorava in una Cooperativa che produceva succhi di frutta e marmellate. 

“Non sapevo nemmeno che fosse italiano” ci racconta. “Questo signore era amico di un francese, marito della mia amica. Ci ha fatte scappare in macchina fino alla capitale, dove abbiamo preso l’aereo per la Tanzania”. Le due amiche hanno viaggiato nascoste nel furgone, con una compagna che nessuno vorrebbe: la paura di morire. “Siccome vedevano che era un bianco pensavano che fosse un medico, perciò non lo hanno fermato. Certo, se avessero fermato la macchina, non saremmo mai arrivate all’aeroporto, anche perché quella fra la mia provincia e la capitale era una zona molto pericolosa”. 

La guerra è un ricordo che ti pesa dentro, e Sada non ha molta voglia di parlarne, anche perché si capisce che deve aver perso conoscenti, amici e parenti. Come tutte le guerre civili, come la guerra di Bosnia, per capirci, anche fra Hutu e Tutsi accadde ciò che non ti aspetteresti dall’homo sapiens: amici fino al giorno prima, gente che lavorava insieme, che aveva studiato insieme, che faceva la spesa nello stesso negozio, che partecipava alle stesse feste, all’improvviso si odiava. “E ti venivano a prendere in casa”, racconta Sada, che non vuole dirci se è Hutu o Tutsi, “sono burundese, punto e basta”. E’ troppo crudele il ricordo di quegli anni. “Bisogna dire - aggiunge - che c’erano anche appartenenti ad un’etnia che nascondevano nella propria casa amici di un’altra etnia. Molti si sono salvati così”. 

Sada ha l’aria dolce. Si fa mesta quando racconta di uno zio prete che ha cercato di fuggire dalla missione in cui operava, ma non ce l’ha fatta a scavalcare il muro, quindi lo hanno preso e ucciso. Non può dimenticare un cuginetto di sei anni (sì, perché la guerra non guarda in faccia nessuno!) che era andato a trovare i nonni materni in una zona molto pericolosa. “Mi rimane nel cuore”, sussurra, “come molte amiche e parenti”. 

In Burundi vivono ancora i genitori di Sada, che infatti, quando può, va a trovarli. Nel cuore di Sada alberga una grande nostalgia per il periodo prima della guerra. “Era bellissimo. Nessuno voleva andare via, perché è una terra dove si coltiva di tutto e piove tanto. Non c’era la fame e la gente stava bene”. Un giorno, all’improvviso, scoppia tutto: arriva la guerra. Le milizie Hutu massacrano i Tutsi, i quali cercano di difendersi. Il motivo, secondo Sada, va ricercato nell’egoismo dell’uomo e nella sua sete di potere. All’inizio c’è l’assassinio del presidente, poi segue il resto.

Una nuova vita in Trentino, sotto la neve con il desiderio un giorno di tornare

Basta con la guerra. Sada, in dolce attesa di Mirko, arriva in Trentino. Tutto bene? Era novembre e nevicava. “Era la prima volta che vedevo la neve”, ricorda. “Un conto è studiare che ci sono luoghi in cui trionfano il freddo e la neve, un conto è capitarci dentro: l’impatto è devastante. Venivo in treno da Roma. Quando siamo usciti dal lungo tunnel prima di Bologna ho visto un cielo strano. Veramente mi sono spaventata tanto che mi veniva da piangere”, dice oggi, facendoci sopra una risata.

“Sentivo gli altri passeggeri commentare: ‘Bel, bel!’. Ma come bello?, dicevo fra me e me”.

I vicini di sedile rincaravano la dose spiegando a Sada che “qui è normale”. “Come normale?”, chiedeva lei sempre più terrorizzata. E ride nel raccontare: “Poi mi sono abituata. Adesso mi piace tantissimo la neve”.

E le montagne? “Le montagne? Quando ho imboccato la valle dell’Adige, ho chiesto: ma davvero la gente abita lassù?”. Il ricordo le strappa un’altra risata. 

Ha un ricordo molto positivo Sada dell’accoglienza ricevuta dalla famiglia del compagno. Non ha dovuto nemmeno affrontare molte difficoltà con la lingua, perché in Tanzania il compagno aveva un mangiacassette con il quale ascoltava musica italiana. “Sai con quale cantante ho imparato la vostra lingua? Con Lucio Battisti”, spiega. “Piano piano, sentendo le parole, cantando, ho imparato. Poi si andava in spiaggia tutti i giorni e si stava insieme agli altri italiani, si andava al ristorante. Insomma, ho avuto tempo di ambientarmi con l’italiano e gli italiani già in Tanzania”. 

Appena arrivata a Trento ha avuto come supporto e punto di riferimento la famiglia, per cui non ha dovuto affrontare subito la gente. “Ad incontrare le mamme di altri bambini ho cominciato quando portavo mio figlio alla scuola materna”, racconta. 

Contemporaneamente alle prime uscite è arrivato pure il lavoro. Prima all’Arcivescovile, poi, nel 2005, alla Risto 3. “Dove mi trovo bene: sono contenta”. 

Ci rendiamo conto che è quasi banale chiedere ad una persona che si trova bene se ha fra gli obiettivi quello di tornare in patria, dove gli scontri etnici sono quasi terminati. Ci guarda e sorride: “Magari quando vado in pensione... Non penso di andare via adesso, perché mio figlio è adolescente e ha bisogno di me”. “E comunque, essendo italiano, difficilmente verrà a lavorare laggiù”, ribattiamo. 

“Perché no? Magari può venire a lavorare laggiù. Magari può crearsi il suo lavoro, chissà!

“Ma a te piacerebbe?”

“Se c’è la tranquillità, se non c’è la guerra, l’Africa è una terra meravigliosa”, e lo dice con trasporto Sada. Poi riprende il tono normale: “Ci sono tanti italiani che lavorano in Africa”. 

Oltre al ricordo resta anche il sapore? In altre parole, Sada cucina africano? “Certo che sì, però non spesso, perché mio figlio non ama la cucina burundese”.

E allora temiamo che non cercherà mai lavoro laggiù. Siamo perfidi a ricordarlo?

Iscriviti alla nostra newsletter Resta aggiornato